Riceviamo e pubblichiamo
C’è una lingua che non si studia sui libri e non si impara a scuola, ma che ti cresce addosso, insieme alla voce, agli affetti, alle ferite. È il dialetto. Non una lingua “minore”, ma una lingua più profonda, capace di dire ciò che l’italiano spesso addolcisce o nasconde. A Catanzaro il dialetto: è identità, memoria, sguardo sul mondo. E torna a vivere, con forza e coraggio, sul palcoscenico.
Mercoledì 4 febbraio, al Cinema Teatro Comunale, il Teatro Incanto inaugura “Nel segno di Gemelli – Secondo Atto” con una commedia che è molto più di uno spettacolo: ’A vucca è na ricchizza, di Nino Gemelli.
Scritta alla fine degli anni Settanta, questa opera era già allora avanti. Non perché cercasse lo scandalo, ma perché osava la verità. Racconta la storia di Anna, una ragazza di sedici anni incinta che sceglie il silenzio in un mondo che parla troppo, giudica troppo, condanna in fretta. Intorno a lei una famiglia che fatica a comprendere, una società che punta il dito, un prete che incarna l’istituzione più che l’ascolto. E poi c’è la famiglia Pensabene, nome che è già un manifesto: perché nel teatro di Gemelli i nomi non sono mai casuali, raccontano caratteri, limiti, contraddizioni.
In questo coro di voci giudicanti emerge don Bobò, figura luminosa e disarmante, che sceglie l’accoglienza al posto della sentenza, la dignità al posto della morale urlata. È da qui che la storia trova la sua luce. Una luce che non assolve tutto, ma comprende. Che non nega il dolore, ma lo attraversa.
“Il dialetto catanzarese – spiega il direttore artistico Francesco Passafaro – è l’anima pulsante di questa commedia. Non è folklore, non è colore locale messo lì per strappare una risata facile. È strumento narrativo potentissimo. Nel dialetto le parole pesano di più, arrivano dirette, senza filtri. ’A vucca, la bocca, diventa davvero na ricchizza: perché parlare, nominare le cose, dare loro un suono autentico significa restituire dignità alle persone e alle storie”.
Si ride, sì. Si sorride spesso. Ma soprattutto si riflette. Su quanto la morale possa diventare ipocrisia. Su quanto l’amore venga confuso con il controllo. Su quanto il rispetto nasca dall’ascolto, non dal giudizio. Ed è qui che il teatro dialettale mostra tutta la sua forza: raccontare una comunità a se stessa, senza sconti ma con affetto.
Non è un caso che la serata preveda anche un gioco sul dialetto e sulla città. Perché il teatro, quando è vero, non è mai solo spettacolo: è memoria viva, condivisa, che passa di bocca in bocca, di generazione in generazione. È un atto collettivo, un riconoscersi.
“Nel segno di Gemelli”, quindi, non è solo una rassegna: è una dichiarazione d’amore per Catanzaro, per la sua lingua, per il suo modo unico di guardare il mondo. In un tempo in cui tutto tende ad appiattirsi, il dialetto torna sul palco a ricordarci chi siamo. E perché vale ancora la pena ascoltare.
Mercoledì 4 febbraio, alle 20.45, il sipario si apre. E con esso, una voce antica e attualissima insieme.
Lo spettacolo
Il dialetto non è solo una lingua. È un modo di stare al mondo, di nominare le cose senza difese, di custodire una memoria che resiste al tempo. È da questa consapevolezza che nasce la rassegna “Nel segno di Gemelli – Secondo Atto”, al Cinema Teatro Comunale – nel cuore del centro storico di Catanzaro – su cui ieri sera si è alzato il sipario.
Una sala gremita ed entusiasta nel cuore della settimana per ‘A vucca è ’na ricchizza, la commedia in tre atti del maestro Nino Gemelli, capace di parlare al pubblico – e ai giovani in particolare – con una disarmante attualità di temi e linguaggi.
Scritta alla fine degli anni Settanta, questa opera era già allora avanti. Non perché cercasse lo scandalo, ma perché osava la verità. Racconta la storia di Anna, una ragazza di sedici anni incinta che sceglie il silenzio in un mondo che parla troppo, giudica troppo, condanna in fretta. Intorno a lei una famiglia che fatica a comprendere, una società che punta il dito, un prete che incarna l’istituzione più che l’ascolto. E poi c’è la famiglia Pensabene, nome che è già un manifesto: perché nel teatro di Gemelli i nomi non sono mai casuali, raccontano caratteri, limiti, contraddizioni.
In questo coro di voci giudicanti emerge don Bobò, figura luminosa e disarmante, che sceglie l’accoglienza al posto della sentenza, la dignità al posto della morale urlata. È da qui che la storia trova la sua luce. Una luce che non assolve tutto, ma comprende. Che non nega il dolore, ma lo attraversa.
Uno spettacolo che è prima di tutto un atto collettivo, costruito su un lavoro corale e partecipato. In scena un cast numeroso e affiatato, composto da Sofia Caruso, Martina Pansini, Stefano Perricelli, Elisa Condello e Francesca Guerra, Michele Grillone, Rosetta Gallo, Francesco Sabatino, Roberto Malta e Gastone Barbiero, diretti da uno straordinario Francesco Passafaro, anche lui in scena. Un ensemble che valorizza le singole personalità artistiche per dare vita a una narrazione dinamica, intensa, profondamente condivisa.
Fondamentale anche il contributo della squadra tecnica: Kalisfera firma audio e luci, la scenografia è curata dal Teatro Incanto, la grafica da Alpha, mentre trucco e costumi sono affidati a Marzia Passafaro. Un intreccio di competenze che sostiene e rafforza l’impianto scenico, rendendo la parola dialettale ancora più viva e incisiva.
Al centro dello spettacolo non c’è il folklore, ma la verità. Il dialetto catanzarese diventa strumento narrativo potente, capace di raccontare fragilità, giudizi, silenzi e accoglienza. Una lingua che non addolcisce, ma arriva diretta, restituendo dignità alle storie e alle persone.
Lo sottolinea il regista Francesco Passafaro, che nel suo intervento finale ha voluto condividere con il pubblico il senso più profondo di questo percorso:
«Per i ragazzi, per i giovani, per chi ha sempre creduto davvero in loro, se siamo qui oggi è in gran parte merito di questo grandissimo uomo di teatro, Nino Gemelli, che nel tempo è diventato un vero punto di riferimento umano e artistico.
Siamo contenti del percorso che stiamo facendo e anche di questo momento finale, di questo saluto conclusivo. Mi piace parlarvi come se fossimo tra amici, come se fossimo a tavola insieme.
Fino a pochissimi anni fa parlare al pubblico alla fine di uno spettacolo era una prerogativa quasi esclusiva delle compagnie amatoriali. Oggi anche i professionisti hanno riscoperto questo dialogo. E proprio ora che il Teatro Incanto, dopo quasi ventuno anni di attività, sta per diventare una compagnia professionista, noi continuiamo a parlare con voi, con il pubblico, perché è una cosa che ci piace davvero tanto e che continueremo a fare, sempre».
A suggellare questo dialogo autentico con la platea, un momento finale di grande leggerezza e partecipazione: attraverso un QR code, il pubblico è stato coinvolto in un gioco-test sulla conoscenza del dialetto catanzarese, con parole e frasi particolari – come “scucuddghàra” – elaborate grazie alla competenza e alla conoscenza storica di Oreste Sergi Pirrò. Un modo intelligente e divertente per trasformare lo spettacolo in esperienza condivisa, memoria viva, passaggio di testimone tra generazioni.
‘A vucca è ’na ricchizza non è solo teatro. È un atto d’amore verso una lingua, una città, una comunità. È la dimostrazione che il dialetto, quando è vero, non appartiene al passato, ma sa parlare con forza al presente. E ricordarci, con voce antica e attualissima insieme, chi siamo.
