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Riceviamo e pubblichiamo

Una famiglia, tre bambini scatenati, un nonno complice e una governante esasperata. Sono gli ingredienti di “Virus”, una delle commedie più amate del maestro Nino Gemelli.

Che andrà in scena oggi alle ore 20.45 al Cinema Teatro Comunale di Catanzaro, nell’ambito della rassegna “Nel segno di Gemelli”.

Un nuovo appuntamento che rinnova l’omaggio alla grande tradizione del teatro catanzarese, riportando sul palco una scrittura capace di parlare alla città con autenticità, ironia e una lingua – il dialetto – che è insieme memoria e identità.

Nino Gemelli è stato uno dei principali interpreti e narratori dell’anima popolare catanzarese.

Le sue commedie, costruite su situazioni semplici ma profondamente radicate nella quotidianità, hanno saputo raccontare con leggerezza e intelligenza vizi, virtù e contraddizioni di una comunità.

Il suo teatro non è mai stato soltanto intrattenimento, ma uno specchio fedele della società, capace di far ridere e, allo stesso tempo, di riconsegnare al pubblico una consapevolezza più profonda delle proprie radici.

È proprio in questa direzione che si muove il lavoro del Teatro Incanto, diretto da Francesco Passafaro, che negli ultimi anni ha portato avanti un percorso rigoroso e appassionato di recupero e valorizzazione del repertorio gemelliano.

Un lavoro che tiene insieme rispetto della tradizione e capacità di renderla viva e accessibile anche alle nuove generazioni, mantenendo intatto il legame con il pubblico e con la città.

“Virus” è una commedia brillante, costruita su un impianto familiare che il pubblico riconosce immediatamente come proprio.

Al centro della scena c’è una famiglia alle prese con tre bambini vivaci e ingestibili, protagonisti di una serie di marachelle che mettono a dura prova la pazienza degli adulti.

Accanto a mamma e papà, il nonno – figura tipica e amatissima del teatro di Gemelli – si schiera sistematicamente dalla parte dei nipoti, difendendoli anche quando le loro azioni risultano, a dir poco, indifendibili.

Il punto di svolta arriva con un episodio paradossale e irresistibile: i tre piccoli tentano addirittura di dare fuoco alla governante di casa, Za Memè.

Un gesto che, tra comicità e assurdo, segna il limite oltre il quale la situazione non è più sostenibile.

La donna, sconvolta, decide di non tornare più, costringendo la famiglia a fare i conti con la realtà.

È a questo punto che genitori e nonno, messi alle strette, scelgono di allearsi e di elaborare un piano per dare ai bambini una lezione che difficilmente potranno dimenticare.

A rendere la serata ancora più coinvolgente sarà anche un quiz sul dialetto catanzarese, pensato per coinvolgere direttamente il pubblico e trasformare lo spettacolo in un momento di condivisione collettiva, tra divertimento e riscoperta delle radici.

Un appuntamento che unisce generazioni, proprio come le storie di Gemelli, e che offre anche un’attenzione particolare alle famiglie: i bambini, infatti, potranno entrare gratuitamente, rendendo l’esperienza teatrale ancora più accessibile e inclusiva.

Un’occasione da non perdere per chi ama il teatro popolare, la tradizione e quella comicità genuina che continua a parlare alla città con la stessa forza di sempre.

Colella

Non sarà una semplice proiezione. E forse è proprio questo il punto. Domani alle ore 20:30, il Cinema Teatro Comunale di Catanzaro si prepara ad accogliere una di quelle serate capaci di restare, di lasciare un segno che va oltre il tempo della visione.

Un appuntamento che restituisce al cinema la sua natura più autentica: quella di rito collettivo, di esperienza condivisa, di occasione di incontro reale.

In anteprima arriva “Il Dio dell’Amore”, film diretto da Francesco Lagi: una commedia dal tono ironico e malinconico che esplora con leggerezza e disincanto le relazioni amorose contemporanee.

Un racconto corale che intreccia i destini sentimentali di uomini e donne, i loro modi di amarsi, ferirsi e rincorrersi.

I personaggi si muovono all’interno di una trama fitta dove ogni incontro è nodo e snodo, ogni legame è insieme inizio e fine.

Le loro storie si intrecciano come fili di un unico grande disegno, dominato da una forza più grande e sfuggente: il Dio dell’Amore.

A guidare il pubblico in questo viaggio nel cuore dei sentimenti è una figura straordinaria: Ovidio, interpretato da Francesco Colella.

E a rendere unica la serata sarà proprio la presenza di Francesco Colella, protagonista del film, attore intenso e raffinato, capace di attraversare il racconto con una profondità rara.

Non una presenza simbolica, ma concreta, viva: Colella sarà in sala, seguirà la proiezione insieme al pubblico, respirerà le stesse emozioni e, al termine, si fermerà a dialogare, a confrontarsi, a restituire voce e senso a ciò che il film avrà lasciato.

È qui che il cinema cambia forma, perché non è soltanto guardare.

È ascoltare il silenzio di una sala, condividere uno sguardo, riconoscersi nelle storie degli altri.

E quando chi quelle storie le ha vissute dall’interno sceglie di mettersi accanto al pubblico, senza distanza, senza filtri, allora l’esperienza si trasforma in qualcosa di più: diventa relazione.

Il Teatro Comunale, diretto da Francesco Passafaro, si conferma in questo senso sempre più come il vero centro del centro storico.

Non solo uno spazio fisico, ma un luogo identitario, capace di tenere insieme cultura, partecipazione e comunità.

Un presidio vivo, che restituisce senso all’idea stessa di uscire di casa per vivere un evento, per incontrarsi, per sentirsi parte di qualcosa.

La serata del 26 non è solo un appuntamento in calendario.

È un invito. A rallentare, a scegliere la presenza, a tornare a vivere il cinema nella sua dimensione più piena.

A lasciarsi attraversare da una storia e, subito dopo, avere la possibilità di parlarne, di interrogarla, di condividerla con chi quella storia l’ha costruita.

Successo per Virus

Risate, ritmo e una sorprendente energia in scena: “Virus” del maestro Nino Gemelli, rappresentato ieri sera al Teatro Comunale di Catanzaro, ha confermato tutta la vitalità del teatro popolare, capace ancora oggi di parlare al pubblico con immediatezza e profondità.

Nell’ambito della rassegna “Nel segno di Gemelli”, lo spettacolo ha saputo unire intrattenimento e memoria, restituendo una serata intensa e partecipata.

A colpire fin da subito è stata la straordinaria presenza scenica dei piccoli attori – Aurora Procopio, Giuseppe Vitale e Antonio Pugliese – insieme alla solida prova dei veterani della compagnia del Teatro Incanto.

Su tutti l’attore e regista, nonché direttore artistico del Teatro Comunale, Francesco Passafaro, nei panni del nonno, affiancato da una convincente zia Memè interpretata da Elisa Condello, e dai bravissimi Francesca Guerra (Elisa) e Roberto Malta (Michele). In scena anche l’impeccabile Gastone Barberio e il promettente Emanuele Russo.

Vivaci, credibili e perfettamente inseriti nei tempi comici, i più piccoli colpiscono per la naturalezza con cui sostengono gran parte dell’azione, regalando momenti di autentico divertimento.

Le loro marachelle, al centro della vicenda, non risultano mai forzate, ma contribuiscono a costruire un racconto dinamico e coinvolgente, capace di catturare il pubblico di tutte le età.

La trama, semplice solo in apparenza, ruota attorno a una famiglia alle prese con tre bambini ingestibili, un nonno complice e una governante ormai allo stremo.

Il punto di rottura – l’episodio paradossale del tentativo di incendiare Za Memè – segna un’escalation comica che sfocia in una riflessione più ampia sui ruoli familiari, sull’educazione e sulla necessità di trovare un equilibrio tra affetto e regole.

È proprio in questa dimensione che emerge l’attualità del messaggio: dietro la risata si intravede uno spaccato ancora riconoscibile della società, fatto di dinamiche quotidiane e contraddizioni mai del tutto superate.

Elemento distintivo dello spettacolo è il gioco continuo sul dialetto catanzarese, utilizzato non solo come strumento linguistico, ma come vero e proprio codice identitario. Il dialetto diventa ritmo, colore, complicità con il pubblico, generando una comicità immediata e genuina.

Il quiz finale, che ha coinvolto direttamente gli spettatori, ha rafforzato questo legame, trasformando la rappresentazione in un momento collettivo di condivisione e appartenenza.

In questo percorso di recupero e valorizzazione della tradizione si inserisce con coerenza il lavoro del Teatro Incanto, diretto da Francesco Passafaro, che da anni porta avanti una rilettura attenta e appassionata del repertorio gemelliano.

Un lavoro che non si limita alla riproposizione, ma punta a rendere questi testi vivi, accessibili e significativi anche per le nuove generazioni.

Proprio sul valore del dialetto si è soffermato Passafaro, sottolineando un aspetto spesso oggetto di dibattito: «I genitori non devono preoccuparsi se i bambini, nel contesto giusto, parlano il dialetto.

È una lingua a sé e, come tale, va conservata e trasmessa, perché rappresenta un patrimonio fondamentale per preservare le nostre tradizioni». Parole che trovano piena coerenza con quanto visto in scena, dove il dialetto non è mai limite, ma risorsa espressiva e culturale.

Colella per il Dio dell’amore

Il Teatro Comunale di Catanzaro, nel centro del centro storico, si conferma sempre più luogo di incontro tra linguaggi artistici e spazio vivo di partecipazione culturale.

Lo dimostra la partecipata e coinvolgente serata dedicata alla proiezione del film Il Dio dell’amore di Francesco Lagi, accompagnata dall’incontro con il protagonista, l’amatissimo attore catanzarese Francesco Colella, in un dialogo diretto con il pubblico che ha restituito senso e valore all’esperienza collettiva della visione.

Un abbraccio corale all’artista che si è affermato a livello nazionale spaziando dal cinema al teatro alla televisione senza mai perdere il contatto con le proprie radici e la propria storia, dimostrando di essere legatissimo alla propria città.

Un momento che ha ribadito la funzione del Teatro Comunale, guidato dal direttore artistico Francesco Passafaro, non solo come contenitore di eventi, ma come presidio culturale capace di favorire confronto, riflessione e condivisione attorno alle opere.

«Sono convinto che in questi tempi il cinema sia sempre più vicino al teatro», ha affermato Colella, sottolineando come entrambe le forme artistiche si fondino sulla presenza e sull’aggregazione umana. Anche davanti a uno schermo, infatti, si può vivere un’esperienza che conserva qualcosa dello spettacolo dal vivo.

In un’epoca dominata dalle piattaforme e dalla fruizione individuale, la visione in sala assume un significato ancora più forte. «Quando ci commuoviamo da soli, davanti a un computer, quelle emozioni svaporano subito. Quando invece guardiamo qualcosa insieme, anche accanto a uno sconosciuto, quelle emozioni hanno un valore diverso: diventano sentimenti».

Da qui l’importanza della sala cinematografica, intesa come spazio di relazione e crescita. «È una maniera di crescere insieme. Per questo è importante il cinema, è importante la sala».

Sul grande schermo, Colella è un Ovidio fuori dal tempo: un poeta antico che cammina nella Roma di oggi, osservando e attraversando le storie degli altri. Attorno a lui si muove un cast corale di grande intensità – da Vanessa Scalera a Vinicio Marchioni, da Isabella Ragonese a Corrado Fortuna, fino a Benedetta Cimatti – interpreti capaci di dare corpo e verità a personaggi fragili, imperfetti, profondamente umani. Nessuno resta sullo sfondo: ogni storia contribuisce a comporre un mosaico emotivo complesso e vivo.

«Interpretare un uomo di duemila anni non è semplice, ma questo Ovidio, nella Roma di oggi, prova a illuminare alcune storie, soprattutto storie d’amore».

L’amore è infatti il centro del racconto, affrontato nella sua dimensione più complessa e sfuggente. «Chiunque si vanti di conoscere l’amore rischia di cadere nel ridicolo o nel sentimentalismo più mieloso. L’amore è un mistero», osserva l’attore.

I personaggi si muovono in una condizione di disorientamento che diventa però spazio di autenticità. «È bello vedere il coraggio del disorientamento, il coraggio della fragilità. Il coraggio della fragilità è fondamentale».

Una ricerca, quella raccontata nel film, fatta di errori, cadute e ripartenze. «Tutti cerchiamo una ricomposizione armonica della nostra esistenza, ma spesso finiamo per adattarci a una vita stantia o anestetizzata. Loro invece inciampano, sbagliano, cadono e si rialzano».

Raccontare l’amore oggi significa allora recuperare la capacità di sentire. «La mia paura più grande è quella di non sentire più. Il cinema, come tutte le opere artistiche, serve anche a questo».

Nel corso dell’incontro, Colella ha anche offerto una riflessione critica sul sistema culturale contemporaneo: «Se un’opera non fa incassi viene considerata brutta, se li fa allora è bella. Sono saltate le categorie estetiche».

Il dio dell’amore si propone invece come un’opera con una forte identità autoriale: «È un film in cui attori e produzione sono al servizio della storia. Un film che prova a raccontare l’amore in modo originale».

Da qui anche l’invito al pubblico a sostenere il film attraverso il passaparola. «Se il film vi piace, fate un servizio non a me, ma al film», ha concluso, sottolineando come la partecipazione degli spettatori possa incidere concretamente sulla vita delle opere.

Una serata che ha confermato il valore del Teatro Comunale come spazio in cui il cinema torna a essere esperienza condivisa e occasione di crescita collettiva.

Per due settimane il film resterà in sala, con l’auspicio che siano in tanti a sceglierlo. Non solo per sostenere un’opera, ma per continuare quell’abbraccio iniziato la sera della prima.

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