Riceviamo e pubblichiamo
Non solo uno stop procedurale, ma uno scontro politico aperto che investe il cuore delle istituzioni regionali.
La richiesta di referendum sulla riforma dello Statuto si arena negli uffici del Segretariato generale del Consiglio regionale della Calabria dopo un lungo pomeriggio segnato da tensioni e verifiche tecniche, trasformato in una vera e propria partita a scacchi.
Nei giorni scorsi, 7 consglieri in rappresentanza di tutti i gruppi consiliari di minoranza uniti e coesi sul percorso politico intrapreso – si sono recati dal segretario generale per depositare l’istanza “richiesta di referendum popolare per l’approvazione della legge regionale 3 marzo 2026, n. 9.
Recante “Modifiche ed integrazioni alla legge regionale 19 ottobre 2004, n. 25 (Statuto della Regione Calabria)”, ai sensi dell’art. 123, terzo comma, della Costituzione e degli articoli 5 e 7 della legge regionale 26 novembre 2025, n. 45”.
I sette consiglieri regionali, infatti, hanno attivato la procedura prevista dall’articolo 123 della Costituzione, chiedendo di rimettere ai cittadini la valutazione su modifiche rilevanti dell’assetto regionale.
Ma il verbale firmato nelle stanze del Segretariato generale è netto: l’iter “non può essere avviato”.
Un passaggio che, al di là del tecnicismo, viene letto dall’opposizione come un blocco della volontà popolare.
“Viene impedito ai cittadini di scegliere”, è la sintesi politica che accompagna la vicenda. L’istanza di referendum popolare depositata ieri all’attenzione del presidente della Giunta regionale, del presidente del Consiglio regionale e del Segretario regionale rappresenta un passaggio chiaro e legittimo sul piano costituzionale: restituire ai cittadini la possibilità di esprimersi su una modifica rilevante dello Statuto della Regione Calabria.
Come previsto dall’articolo 123 della Costituzione, infatti, le leggi che intervengono sulla struttura statutaria possono essere sottoposte a referendum se lo richiede almeno un quinto dei consiglieri regionali.
È esattamente quanto avvenuto: sette consiglieri hanno formalmente esercitato questa prerogativa, chiedendo che siano i calabresi a valutare e confermare – o respingere – la riforma approvata dal Consiglio.
È qui che la vicenda assume un significato politico preciso.
Non è in discussione soltanto un passaggio procedurale, ma la possibilità stessa di esercitare uno strumento di partecipazione democratica.
In altre parole, “viene meno la possibilità per i cittadini di intervenire direttamente su scelte che incidono sull’assetto e sul funzionamento della Regione”.
“La questione, dunque, non è soltanto giuridica, ma profondamente politica: riguarda il rapporto tra istituzioni e cittadini e la concreta possibilità di esercitare i diritti di partecipazione previsti dalla Costituzione.
L’obiettivo resta uno solo: garantire che su scelte così rilevanti sia il popolo calabrese ad avere l’ultima parola”, spiegano ancora i sette consiglieri regionali.
Il risultato è uno scontro frontale che ora si sposta fuori dalle istituzioni.
L’obiettivo dichiarato è una mobilitazione popolare, anche attraverso una proposta di legge d’iniziativa popolare a firma dei dieci consiglieri regionali di opposizione che sarà presentata nei prossimi giorni.
La battaglia politica resta aperta, con al centro una questione dirimente: chi decide davvero sulle scelte fondamentali della Calabria.
Parco eolico Enotria
In merito alla presa di posizione di Legambiente Calabria sul progetto del parco eolico offshore “Enotria”, sorprende che vengano definite incomprensibili le preoccupazioni di territori, amministratori, cittadini, operatori turistici e associazioni che stanno chiedendo soltanto una cosa: rispetto per la Calabria e valutazioni serie su un progetto che continua a sollevare interrogativi profondi.
Legambiente sostiene che la rimodulazione del progetto avrebbe migliorato complessivamente l’intervento, richiamando la riduzione degli aerogeneratori da 37 a 31 e l’abbassamento dell’altezza complessiva delle torri fino a 320 metri.
Ma non basta cambiare qualche numero per cancellare la natura fortemente invasiva di un’opera che continua a interessare il Golfo di Squillace e una parte bellissima della costa ionica calabrese.
La stessa riapertura dei termini per le osservazioni dimostra che le contestazioni sollevate dai territori non erano né strumentali né infondate.
Come è noto, Comuni, enti e soggetti interessati hanno tempo fino al 1° maggio 2026 per presentare osservazioni sulle nuove proposte depositate presso il ministero dell’Ambiente, ed è essenziale che questa possibilità venga utilizzata fino in fondo con rilievi puntuali, motivati e rigorosi, facendo valere in ogni sede istituzionale la contrarietà a un progetto che resta enorme, invasivo e sbilanciato a danno della Calabria.
Come più volte detto, la Calabria non deve dire no alla transizione energetica, ma deve dire no a una transizione energetica fatta contro i territori e senza una reale programmazione.
Le stesse linee di indirizzo e il rapporto preliminare del Priec affermano che la Regione dovrebbe identificare e delimitare prioritariamente le aree idonee ad accogliere gli impianti da fonti rinnovabili, così da conciliare decarbonizzazione, equilibrio territoriale e tutela ambientale.
Eppure, questa pianificazione continua a mancare proprio mentre il territorio calabrese viene investito da una pressione crescente di progetti sempre più grandi e impattanti.
La Calabria già oggi produce energia oltre il proprio fabbisogno e il Priec evidenzia un surplus stabile di energia elettrica prodotta rispetto a quella richiesta sul territorio, concorrendo al soddisfacimento della domanda nazionale.
In altre parole, questa terra non produce soltanto per sé, ma anche per altri. E allora le domande restano: a chi giova tutto ciò?
Perché dobbiamo continuare a essere il bancomat energetico d’Italia?
Questa regione sta subendo l’impatto paesaggistico, ambientale e sociale degli impianti mentre il valore prodotto prende altre strade e non si traduce in sviluppo locale, lavoro stabile e vantaggi reali per le comunità calabresi.
Sul progetto Enotria, in particolare, è stato evidenziato che il soggetto proponente è una società di scopo con un capitale sociale di appena 20.000 euro, un elemento che alimenta interrogativi più che legittimi sulla solidità industriale, sulle garanzie effettive e perfino sulla capacità di affrontare nel tempo manutenzione e eventuale smantellamento.
Ancora una volta ci troviamo di fronte a operazioni enormi che rischiano di lasciare sul territorio più vincoli e problematiche che benefici.
Tra l’altro, le rilevazioni disponibili mostrano che in Calabria le famiglie continuano a sostenere spese elevate per luce e gas, con forti differenze interne, e che nel 2024 Reggio è risultata la provincia calabrese più costosa per l’elettricità.
Dunque, non si può chiedere ai calabresi di sopportare nuovi impianti sempre più invasivi senza nemmeno poter indicare un beneficio diretto, chiaro e misurabile sulle bollette e sull’economia del territorio.
La prudenza non può essere scambiata per arretratezza.
Chiedere approfondimenti seri non significa essere contro le rinnovabili, ma significa pretendere che le scelte strategiche siano fondate su studi completi, trasparenza amministrativa e ascolto vero delle comunità.
Quando in ballo ci sono la tutela del paesaggio, dell’ecosistema marino, della pesca e della navigazione.
La transizione energetica è necessaria, ma non può diventare il grimaldello per svuotare i diritti dei territori.
La Calabria merita programmazione, definizione di aree idonee, tutela delle zone di pregio paesaggistico e turistico, benefici economici certi per le comunità locali e regole che impediscano di trasformare terra e mare in una riserva da sfruttare senza limiti.