Riceviamo e pubblichiamo

Codacons: “Un debito non autorizza molestie. La dignità non si pignora”

È ora di pranzo. Una famiglia è a tavola. Il telefono squilla.

Dall’altra parte della linea non c’è un parente, non c’è un’emergenza. C’è un incaricato che chiede, con tono fermo, una “modalità di definizione” di una posizione debitoria riferita a una società finanziaria.

Non è la prima volta. Le chiamate arrivano nei momenti in cui le persone sono più esposte: a pranzo, a cena, dentro casa, davanti ai familiari. Era già stato chiesto che ogni comunicazione avvenisse solo per iscritto. La richiesta viene ignorata.

Quando si pretende di conoscere l’identità completa del chiamante, la società per cui opera e il titolo dell’incarico, l’interlocutore risponde solo dopo reticenze. Alla richiesta di chiarire fino in fondo la propria posizione, chiude la telefonata.

Questo non è recupero crediti corretto. È pressione.

È la fotografia di ciò che accade a tante, troppe famiglie – spiega Francesco Di Lieto del Codacons – telefonate non richieste, interlocutori opachi, contatti non tracciabili, richieste verbali, dati personali trattati come strumenti di intimidazione e questa pratica va fermata.

Il recupero crediti è lecito. L’assedio telefonico no.

Chi vanta un credito può scrivere, identificarsi, documentare la propria pretesa e rivolgersi alle sedi previste dalla legge. Non può disturbare, insistere, aggirare la richiesta di comunicazioni scritte, né usare il telefono per entrare nella vita privata delle persone.

Le società finanziarie e gli incaricati del recupero crediti non sono padroni della paura altrui. Non operano in una zona franca. Devono rispettare privacy, correttezza, decoro e dignità personale.

Un cittadino in difficoltà non è un bersaglio. Una famiglia non è una leva di pressione. Un debito non è una licenza di umiliare.

Il Garante Privacy ha già chiarito che nel recupero crediti non sono ammesse prassi invasive o lesive della dignità personale. Le informazioni su presunte esposizioni debitorie non possono essere comunicate o rese conoscibili a familiari, conviventi, colleghi o terzi. La comunicazione di dati debitori non può diventare uno strumento di pressione sociale o familiare.

Il Codacons ha presentato un duro esposto chiedendo l’intervento immediato del Garante per la protezione dei dati personali e dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato contro pratiche che trasformano la difficoltà economica in vergogna, il telefono in un’arma e il recupero crediti in molestia organizzata.

Chi subisce telefonate insistenti, richieste opache, pressioni o contatti a familiari e terzi non deve restare solo e non deve sentirsi in colpa. Deve conservare ogni traccia, pretendere interlocutori identificabili, chiedere comunicazioni scritte e denunciare.

Il recupero dei crediti deve tornare dentro il perimetro della legge e smettere di diventare una pratica di umiliazione quotidiana.

Il credito si recupera con la legge – conclude Di Lieto – non con la paura. Chi vanta un credito ha strumenti legali per farlo valere; non ha il diritto di usare la vergogna, l’insistenza o l’invasione della vita privata.

La dignità non si sollecita. Non si espone. Non si pignora.

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