di Francesco Iacopino
Se non possiamo fare a meno del carcere, abbiamo certamente il dovere di fare a meno di “questo” carcere.
È la consapevolezza che ieri, a Firenze, ha accomunato le diverse voci intervenute nella giornata dedicata a lo stato generale dell’esecuzione penale
Seconda tappa del programma promosso dall’Unione delle camere penali italiane per riportare al centro del dibattito pubblico l’emergenza carceraria.
Rappresentanti del Governo e del Parlamento, magistrati, avvocati, professori universitari, operatori penitenziari e garanti dei detenuti si sono confrontati da prospettive diverse, ma attorno a una domanda comune: il sistema che abbiamo costruito produce davvero la sicurezza che promette?
Per rispondere abbiamo guardato ai numeri, perché i numeri sono testardi: non barano, fotografano la realtà e ci dicono se la direzione intrapresa è quella giusta.
Le rilevazioni richiamate nel dibattito mostrano, negli ultimi decenni, un trend costante e una distanza enorme tra chi sconta la pena interamente in carcere e chi viene inserito in percorsi di esecuzione penale esterna, soprattutto attraverso il lavoro: oltre il 70% nel primo caso, circa il 5% nel secondo.
Una differenza troppo grande per essere archiviata come una semplice variazione statistica.
Se la recidiva è uno degli indicatori più concreti della sicurezza futura, quei numeri ci dicono che dobbiamo avere il coraggio di mettere in discussione il modello che li produce.
Buttare via la chiave può essere una formula capace di raccogliere consenso, ma non può diventare il criterio di una politica criminale.
Governare i fenomeni significa conoscerli, misurarne gli effetti e avere il coraggio di correggere le proprie scelte quando i risultati indicano una strada diversa.
La risposta penale è diventata troppo spesso un ansiolitico sociale: a ogni emergenza un nuovo reato, a ogni allarme una nuova pena, a ogni domanda di sicurezza un nuovo pacchetto di misure.
Così il carcere finisce per raccogliere anche ciò non può risolvere: malattia, dipendenze, povertà, marginalità, solitudini.
Fragilità sociali che troppo spesso arrivano alla soglia penale perché non siamo stati capaci di intercettarle per tempo.
E allora occorre cambiare rotta.
Non servono altri pacchetti sicurezza.
Non serve altra edilizia penitenziaria.
Servono riforme sociali, culturali, lavorative, relazionali e familiari, capaci di intervenire prima che la fragilità sociale diventi fragilità penale.
E quando questo è già accaduto, occorre utilizzare fino in fondo gli strumenti dell’esecuzione penale esterna, allargandone i presupposti applicativi a una fascia maggiore di reati di bassa e media gravità: messa alla prova, lavori di pubblica utilità, affidamento in prova al servizio sociale, detenzione domiciliare, comunità per le persone con dipendenze o disturbi psichiatrici.
Quando la natura del reato e la condizione della persona lo consentono, dobbiamo avere il coraggio di “punire in libertà” piuttosto che “punire in cattività”.
Sono queste le principali proposte emerse ieri da Firenze.
Non è buonismo.
È politica criminale.
È scegliere la risposta più coerente con la domanda di sicurezza.
Anche i numeri della spesa dovrebbero far riflettere.
Dei circa quattro miliardi destinati all’esecuzione penale, secondo la ripartizione richiamata nel dibattito, circa tre miliardi e mezzo sono assorbiti dal sistema carcerario, mentre circa cinquecento milioni sono destinati all’esecuzione penale esterna.
È una scelta culturale prima ancora che finanziaria.
Una scelta che ci dice che continuiamo a investire nel farmaco sbagliato: il carcere.
Una terapia che non solo non guarisce la patologia, ma rischia di alimentarla, producendo effetti tossici.
Sappiamo che l’esecuzione penale esterna, quando costruita su programmi seri e individualizzati, può favorire il reinserimento e ridurre il rischio di recidiva.
Eppure continuiamo a privilegiare la dimensione custodiale.
È questo il paradosso dell’inganno securitario: per ottenere più sicurezza continuiamo a puntare, in larga misura, sullo strumento che può produrre nuova insicurezza.
La questione, allora, non è scegliere tra umanità e sicurezza.
I due valori non sono in conflitto.
La sicurezza passa anche dalla capacità di ridurre la recidiva, prevenire nuovi reati e restituire alla società persone capaci di ricominciare.
La rieducazione ha bisogno della società.
Di lavoro, relazioni, responsabilità.
Di un futuro.
Al netto degli slogan e delle parole d’ordine utili a riscuotere consenso al casello elettorale, resta dunque la domanda essenziale: quale sistema di esecuzione della pena rende davvero la società più sicura?
Non basta contare quanti sono in carcere. Bisogna contare anche quanti, una volta usciti, non vi ritornano.
È questa una delle misure più concrete della sicurezza.
Certo, non siamo ingenui.
Sappiamo che la politica si nutre di consenso.
Proprio per questo avvertiamo ancora più forte la necessità di una chiamata collettiva alle armi del pensiero, per riallineare il sentire sociale ai valori costituzionali.
Perché una società matura deve essere capace di orientare il proprio cammino verso ciò che rende più forte, e non più fragile, il patto costituzionale.
Dobbiamo allora avere la forza di continuare a camminare controcorrente, anche quando ci viene detto che stiamo inseguendo un’utopia.
