Riceviamo e pubblichiamo

Come Tazzina della Legalità ci troviamo costretti a denunciare, ancora una volta, l’inconcludenza della politica cittadina (ma non solo, ndr).

Si continua a discutere, a dividersi, a polemizzare su dove realizzare il nuovo ospedale – ammesso che si farà davvero e non resti l’ennesima promessa, come il Ponte sullo Stretto di Messina – mentre nessuno affronta l’emergenza vera: una sanità ormai al collasso.

Oggi prenotare un’ecografia significa andare al 2027.

Una visita oculistica al 2028.

Non sono numeri, sono persone che rinunciano a curarsi o arrivano tardi.

La specialistica territoriale accreditata, che potrebbe alleggerire concretamente i pronto soccorso e garantire risposte rapide ai cittadini, viene di fatto lasciata ai margini, nonostante il ticket sia lo stesso del pubblico.

E poi c’è una vicenda che grida vendetta: da circa due anni è stato assunto uno specialista in medicina d’urgenza per il pronto soccorso di Germaneto. Due anni. E ad oggi non risulta ancora pienamente operativo.

Com’è possibile? Che senso ha assumere personale e poi non metterlo nelle condizioni di lavorare?

Allo stesso modo, continuare a mantenere aperti pronto soccorso privi dei reparti di supporto essenziali, rischia di trasformarli in semplici punti di smistamento, allungando i tempi nelle vere emergenze invece di ridurli.

Le risorse andrebbero concentrate e rafforzate dove si può realmente salvare la vita delle persone.

E allora viene da chiedersi: perché questa organizzazione non cambia?

Forse perché in alcune strutture sono impiegati “amici degli amici” che, anche grazie a determinate dinamiche sindacali, non vengono mai spostati dove realmente servirebbero?

Capitolo guardie mediche: così come sono strutturate oggi, senza strumenti diagnostici e senza una reale integrazione con il sistema sanitario, rischiano di essere solo un presidio di facciata.

Serve un cambio di passo immediato. Meno annunci e più organizzazione.

Meno propaganda e più responsabilità.

Perché continuando così, il rischio è uno solo: una Calabria che si svuota.

Dove anche chi vorrebbe restare o tornare sceglie di andare via per paura di non essere curato.

E questo non possiamo permettercelo.

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