Riceviamo e pubblichiamo
Sul telefono arriva un Sms inserito nella stessa chat delle comunicazioni ufficiali di Poste.
Il testo avvisa che la carta è bloccata e, pochi minuti dopo, squilla il cellulare.
Un finto operatore si presenta con nome e codice identificativo, spiegando che per sbloccare il conto è necessario recarsi subito allo sportello automatico più vicino per essere guidati nella procedura.
Convinto di parlare con l’assistenza ufficiale, il cittadino esegue le istruzioni fornite al telefono, scoprendo solo successivamente che quell’operazione allo sportello si è tradotta in una ricarica di circa 3mila euro a favore della carta di un soggetto terzo.
È la trappola in cui è caduto un risparmiatore calabrese, che si è visto poi respingere la richiesta di rimborso da PostePay.
La società ha motivato il rifiuto sostenendo che l’operazione, essendo stata eseguita fisicamente allo sportello con l’inserimento della carta e la digitazione del Pin corretto, escludeva qualsiasi anomalia tecnica interna e ricadeva sotto la responsabilità del cliente.
Non è rimasta altra possibilità che agire in giudizio.
Il giudice di pace di Catanzaro ha però superato le argomentazioni di Postepay ed ha accolto integralmente il ricorso del Codacons.
PostePay è stata condannata a restituire l’intera somma sottratta, oltre a interessi, rivalutazione e spese legali.
I motivi della decisione toccano da vicino la vita di tutti i giorni e mettono in luce la reale vulnerabilità dei nostri conti correnti di fronte a raggiri sempre più sofisticati.
La sentenza chiarisce, in modo molto pratico, che la semplice digitazione del Pin allo sportello non è affatto sufficiente a dimostrare che il cliente volesse davvero regalare il proprio denaro a un estraneo.
Né basta a configurare una colpa grave a suo carico.
Grava invece sull’istituto finanziario l’obbligo stringente di garantire la sicurezza dei propri canali.
Nel caso specifico, la società non ha dimostrato di aver attivato sistemi di monitoraggio capaci di bloccare in tempo reale un’operazione del genere, del tutto anomala rispetto alle abitudini del cliente, di importo elevato e diretta all’estero.
Inoltre, non ha nemmeno prodotto in giudizio le schermate dello sportello automatico, impedendo di verificare se sul monitor fossero compresi avvisi chiari in grado di allertare l’utente sulla reale natura di quello che stava facendo.
Al contrario, il cittadino – assistito dagli avvocati Francesco Di Lieto e Maria Stefania Valentini – è stato vittima di un inganno studiato nei minimi dettagli e, non appena si è accorto del furto, ha agito con assoluta diligenza bloccando la carta e sporgendo denuncia ai carabinieri.
La digitalizzazione e l’automazione dei servizi di pagamento hanno reso la nostra quotidianità più comoda, ma hanno anche aumentato la fragilità dei nostri risparmi di fronte a tecniche di manipolazione psicologica e informatica sempre più affinate.
Per questo motivo, il rischio derivante dalle evoluzioni di queste frodi deve essere assunto da chi gestisce questi sistemi e ne trae profitto, e non può essere scaricato sulle spalle dei consumatori.
Questa vittoria lancia un messaggio di forte speranza a tutti i risparmiatori che hanno subìto o stanno subendo una ingiustizia simile e che spesso, di fronte al rifiuto di una grande società, si sentono impotenti e pensano che non ci sia più nulla da fare.
Dimostra che la legge tutela i cittadini e che i diritti possono essere fatti valere con successo.
Per prevenire questi raggiri, il Codacons ricorda che i truffatori utilizzano oggi la tecnica dello “spoofing”, che permette di camuffare il numero chiamante facendo apparire sul display dello smartphone il nome ufficiale della banca o delle Poste.
È fondamentale ricordare che nessun operatore reale vi chiederà mai di recarvi con urgenza a uno sportello automatico per eseguire procedure di sblocco, né vi guiderà al telefono per fare ricariche o spostamenti di denaro.
Di fronte a qualsiasi richiesta insolita o pressione emotiva, l’unica cosa da fare è riagganciare e andare di persona a verificare nel proprio ufficio di fiducia.
Questa decisione – conclude Valentini – è utile a chiunque si sia visto negare ingiustamente un rimborso e può contribuire a restituire dignità e tutela ai risparmi delle famiglie.
