Articolo tratto da Ansa

llecita detenzione e vendita di armi da guerra, armi comuni, armi clandestine e ricettazione.

Il comando provinciale della guardia di finanza, con il supporto dello Scico e della componente aerea delle Fiamme Gialle, ha eseguito un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di tre uomini.

Due sono finiti in carcere: Vincenzo Condello di 35 anni e
Salvatore Infantino, di 39.

A quest’ultimo, personaggio chiave dell’indagine, la Dda di Reggio contesta anche l’aggravante dal metodo mafioso perché avrebbe favorito la cosca
Molé di Gioia Tauro.

Su richiesta del procuratore Giuseppe Borrelli, dell’aggiunto Stefano Musolino e del sostituto Lucia Spirito, inoltre, il gip
Andrea Iacovelli ha disposto gli arresti domiciliari per Vincenzo Severino di 43 anni.

L’inchiesta, condotta dal Nucleo di Polizia economico-finanziaria e dal Gico, è partita dall’analisi di alcune chat
criptate riconducibili agli indagati.

Conversazioni cifrate dalle quali è emersa la disponibilità di un vero e proprio
arsenale da guerra.

Armi che venivano fotografate dagli arrestati per essere vendute o scambiate con acquirenti rimasti, in parte, ignoti.

Le
foto dei kalashnikov, comparse nelle chat, infatti, hanno consentito alle Fiamme Gialle di rilevarne la corrispondenza con le armi che i carabinieri, nel gennaio 2025, hanno trovato interrate nelle campagne di Gioia Tauro.

Kalashnikov, pistole e
fucili sui quali sono state trovate le impronte digitati degli
arrestati che gestivano, di fatto, un supermarket delle armi.

Nella loro disponibilità anche 600 grammi di tritolo proveniente dall’ex Jugoslavia e una pistola mitragliatrice di fabbricazione
tedesca risalente alla Seconda guerra mondiale.

Su Infantino, detto “Testazza”, inoltre, ci sono anche e dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia che lo inquadrano vicino ad ambienti di ‘ndrangheta.

Di sicuro, secondo
gli inquirenti, Infantino “era assolutamente funzionale al rafforzamento militare e alla conservazione del potere politico
criminale della cosca Molé”.

Quanto emerso nell’inchiesta per la Dda va letto anche in
relazione alle frizioni tra i Molé e i Piromalli, l’altra cosca egemone a Gioia Tauro. Sullo sfondo c’è la faida che, nel 2008, aveva portato
all’omicidio del boss Rocco Molé.

Stando all’analisi dei
magistrati che hanno intrecciato quanto emerso nell’inchiesta
con alcune intercettazioni registrate in questi anni in altre
indagini, infatti, la cosca Molé “si stava riorganizzando militarmente – è scritto nelle carte – dotandosi di un arsenale
di armi al fine di tutelarsi e reagire più adeguatamente
rispetto ad eventuali ed ulteriori ‘azioni’ da parte della cosca
rivale dei Piromalli”.

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