Fonte Gdf

Tre ditte individuali e 2 imprese, ubicate nelle province di Reggio Calabria, Roma e Milano, quote societarie, oltre a cespiti immobiliari e a rapporti bancari, finanziari, assicurativi e relative disponibilità, per un valore complessivo di circa 1 milione e 300 mila euro, sono stati sequestrati a due imprenditori, “appartenenti alla ‘ndrangheta reggina”.

Il comando provinciale della Guardia di finanza di Reggio, con il supporto operativo dello Scico, ha eseguito in Calabria, Lazio e Lombardia, ha eseguito due provvedimenti, emessi dalla Sezione misure di prevenzione del Tribunale di Reggio.

L’esecuzione della misura ablativa costituisce lo sviluppo, sotto il profilo economico-finanziario, delle risultanze investigative, emerse nell’ambito dell’operazione “Eyphemos”, eseguita nel 2020 dalla procura della Repubblica di Reggio Calabria, Direzione distrettuale antimafia e che aveva fatto luce sull’operatività della locale di ‘ndrangheta di Sant’Eufemia d’Aspromonte e sui legami di quest’ultima consorteria criminale con la cosca degli “Alvaro” di Sinopoli.

Come riporta l’Ansa, su richiesta del procuratore Giuseppe Borrelli e dell’aggiunto Stefano Musolino, la sezione misure di prevenzione del tribunale di Reggio Calabria ha disposto il provvedimento di sequestro nei confronti di Cosimo Cannizzaro, detto “Spagnoletta” e di suo genero, Giuseppe Bagnato detto “Pinuccio”.

L’indagine patrimoniale, eseguita dal Nucleo di polizia economico-finanziaria di Reggio Calabria, ha interessato due persone, legate tra loro da vincoli di parentela, originarie del versante tirrenico della provincia reggina e con interessi imprenditoriali prevalentemente nel settore dell’edilizia, per il momento condannati in primo grado alle pene di quattordici e quindici anni di reclusione, per diversi reati, tra i quali quello di associazione di stampo mafioso.

In particolare, spiega il procuratore capo Giuseppe Borrelli, “i profili di pericolosità” alla base del provvedimento di sequestro nei confronti del primo imprenditore “derivano dalla sua acclarata appartenenza mafiosa che, come rimarcato dal Collegio, discende “dalla sua posizione all’interno della cosca, attraverso la quale egli esercitava il potere di assegnare cariche di ‘ndrangheta e di regolare le nuove affiliazioni, e veniva preso come riferimento per le relazioni con affiliati di altre articolazioni, sia nazionali che addirittura australiani, sia per questioni di affiliazioni che per richieste estorsive da rivolgere agli imprenditori individuati quali vittime delle pretese”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *