Riceviamo e pubblichiamo (di Danilo Russo*)

Ho ascoltato molte interviste e letto altrettanti articoli di illustri personalità che in questo inizio di anno 2026 hanno dominato il dibattito sulla separazione delle carriere tra magistratura inquirente (Pm) e giudicante (giudici).

Da anni se ne sente parlare e oggi finalmente i cittadini sono chiamati a votare  per questo tema.

Mi viene da fare sempre un esempio esplicativo, immaginate che In un campionato di calcio durante il derby più importante della stagione il portiere della squadra che gioca in casa, abbia la possibilità di fare l’attaccante per la squadra avversaria durante la partita di ritorno. L’esempio rende l’idea?

Quella del “Sì” non è una battaglia contro la magistratura, ma una riforma necessaria per completare l’architettura della nostra democrazia. Votare “Sì” al referendum significa scegliere un sistema in cui chi accusa e chi giudica non appartengono più alla stessa “famiglia” professionale.

La parità delle parti: Un principio costituzionale.                                                  Oggi, in Italia, il pubblico ministero e il giudice condividono lo stesso organo di autogoverno (il Csm), lo stesso percorso di concorso e possono passare da un ruolo all’altro. Questo crea una prossimità culturale e psicologica che rischia di sbilanciare il processo.

L’anomalia: Nel processo penale, l’accusa e la difesa dovrebbero trovarsi alla stessa distanza dal giudice. Se il giudice e il Pm sono colleghi di carriera, la difesa parte inevitabilmente in una posizione di svantaggio simbolico e sostanziale.

La terzietà del giudice: oltre l’imparzialità
L’articolo 111 della nostra Costituzione stabilisce che “ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a un giudice terzo e imparziale”.

L’imparzialità è un atteggiamento soggettivo del magistrato.
La terzietà, invece, è un dato oggettivo e strutturale. Un giudice è davvero “terzo” solo se non ha alcun legame professionale o gerarchico con una delle due parti in causa (il Pm).

Allinearsi all’Europa e ai sistemi liberali.      La maggior parte delle democrazie occidentali con un sistema accusatorio (come quello introdotto in Italia nel 1989) prevede carriere separate.

La commistione dei ruoli è un retaggio di un modello inquisitorio superato dalla storia. Separare le carriere significa modernizzare l’Italia, rendendo il rito penale più trasparente e meno influenzabile da logiche di appartenenza corporativa.

Più efficienza, meno politicizzazione.
Contrariamente a quanto sostengono i detrattori, la separazione non serve a “sottomettere” il Pm al potere politico.

Al contrario, la creazione di due Csm distinti garantirebbe che ogni magistrato si specializzi nel proprio ruolo:
il Pm come avvocato dello Stato, specializzato nell’investigazione.
il giudice come garante supremo dei diritti e della libertà, il cui unico obiettivo è valutare le prove senza pregiudizi di colleganza

*Ex assessore Comune di Catanzaro all’Avvocatura

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