Riceviamo e pubblichiamo

Lasciamo il Partito Democratico. Decisione inevitabile al cospetto di un partito litigioso, perennemente diviso, irrimediabilmente tarlato da egoistici personalismi.

Un partito che a tutti i livelli, seppur con gradazioni differenti, confonde il pluralismo delle idee con un sistema correntizio che dispensa posti, che stravolge il significato di concetti quali unità e comunità, che troppo frequentemente calpesta le articolazioni territoriali mortificando passione e impegno.

Che ha perso progressivamente il contatto con la realtà e lontano dai bisogni dei cittadini, troppo impegnato com’è ad alimentare faide interne e autoreferenzialità.

Anche sul piano nazionale. Ciò che poteva e doveva essere non è stato e, a oggi, non è.

A distanza di tre anni il risultato non è all’altezza delle aspettative.

Un copione deludente, ripetitivo.
Avremmo fortemente bisogno di maggiore slancio, di rompere schemi logori e ormai privi di significato, di una sana immaginazione che ci consenta di arrivare dove gli altri non arrivano, di una proiezione del Paese, di una visione.

Invece ci si limita ad amministrare il presente, a cercare comodi equilibri, ad assecondare passivamente mediazioni al ribasso, a promuovere attivamente amichettismo fideistico.

Un partito che non riesce a leggere le trasformazioni sociali, che non detta l’agenda politica, che rincorre, agisce di rimessa, troppo poco propositivo.

Ancora una volta tendente all’alternanza più che a offrire una seria alternativa.
È sempre bene ricordare che il governo del Paese è il mezzo, non il fine.

Onestà intellettuale indurrebbe a prendere coscienza che se la destra è il problema, ed è certamente il problema, la nostra parte, oggi, non è percepita come la soluzione.

Non con questa classe dirigente che contempla con favore l’unico orizzonte che le è possibile concepire: l’orizzonte elettorale.
E tutto diviene conseguentemente strumentale.

Storture ed errori che meriterebbero attenzione e interventi correttivi.
E sincera autocritica, da parte di tutti.
Vale chiaramente anche per noi, errori di valutazione politica commessi in buona fede.

Il più grande è stato sostenere la rielezione del Segretario regionale, abile nel declinare parole d’ordine nuove e ad assicurare illusoriamente un cambio di passo puntualmente disatteso un attimo prima di far ripiombare il partito in una sorta di torpore letargico interrotto periodicamente da comunicati stampa utili più che altro a puntellare il posto.

Un partito, regionale e a cascata gli organismi intermedi, che si trascina tra vassallaggio e gattopardismo coperto dall’avvilente silenzio-assenso del nazionale.

È il partito degli eletti, peggio, il partito al servizio degli eletti.

Rappresentanti istituzionali che alle nostre latitudini vivono tale temporanea condizione quasi come fosse un titolo nobiliare e il cui scadente contributo politico risulta essere, in molti casi e per assurdo, comunque superiore a quello economico.

A Catanzaro, il nuovo corso del PD cittadino, dopo un breve periodo caratterizzato da superabili incomprensioni e obiezioni sul metodo, era riuscito a instradare correttamente il partito.

Approccio chiaro, nuova postura, corretto rapporto tra partito ed eletti.

Studio, analisi e confronto che hanno reso possibile affrontare una serie di questioni politiche cittadine rilevanti (sanità, PSC, Catanzaro servizi, Amministrazione comunale).

Prendendo posizione, rendendola pubblica.
Senza pregiudizi, senza lacci.
Un percorso che per mesi si è distinto per autonomia e libertà decisionale.
Che evidentemente non piacciono, che probabilmente disturbano.

Poco digeribili, dentro e fuori il partito.
Che certamente non incrociano il gradimento di chi, nonostante il ruolo ricoperto, non ha ancora ben compreso cos’è una comunità politica, millanta, minaccia espulsioni e infondati commissariamenti di organismi legittimamente eletti e premia le moine servili di fidati eterodiretti elevandoli e promuovendoli a gruppo dirigente, o più verosimilmente a “gruppi diligenti”.

O, ancora, di chi ama il partito-passacarte, di chi lo ha usato e lo usa come paravento o di chi lo ha sempre immaginato come scendiletto dell’amministrazione.

Già, l’amministrazione. Un lento logorio che si è fatto strada fino ad arrivare al penoso teatrino in scena in queste ore, in un clima avvelenato da viltà, alibi e complicità trasversali.

Eppure era prevedibile, era abbastanza chiaro sin dal principio che questo momento, indipendentemente dall’esito, sarebbe arrivato.

O veramente nel “palazzo” qualcuno credeva alla bontà di un abusato “senso di responsabilità” sventolato da chi ha già amministrato (male) la Città?!
Era un dovere politico, per tutti, farsi trovare preparati.

Le discutibili modalità scelte dai “consiglieri firmatari” (definirli opposizione o maggioranza è esercizio assai complesso vista la fantasiosa creatività a cui ci ha abituato la fluttuante aritmetica del consiglio comunale) ed evidentemente del tutto incapaci di centrare l’obiettivo per via politica (mozione di sfiducia) non cancellano le mancanze della “nostra parte”.

Anzi, le rendono più visibili, le mettono a nudo.

Tentennamenti, scarso coraggio, chiarezza a intermittenza, sciocchi arroccamenti e improvvide aperture.

Più volte abbiamo sollecitato una seria e profonda discussione politica, capace di affrontare i nodi e le questioni aperte.

In tempo utile, nel partito, nei partiti.
Invece si è preferito crogiolarsi comodamente al sole dei rimpasti di Giunta, promuovendo un insensato e vuoto sostegno acritico, da riproporre ciecamente e ciclicamente.

Il risultato è stato aver peggiorato la malattia, quando, forse, avremmo potuto trovare la cura insieme.

E le tardive esternazioni e prese di posizione risultano difficili da commentare.
Hanno un sapore amaro ed evidenziano ancora una volta l’incapacità di mettere correttamente a fuoco ciò che si osserva.

Il quadro politico viene offuscato fino a scomparire completamente dietro l’immagine proiettata ad arte che contempla esclusivamente il quadro amministrativo.

Effetto distorsivo in gran parte dovuto ad un’altra consueta deformazione che imbriglia il partito, vale a dire il ricoprire contemporaneamente cariche in organismi esecutivi e incarichi istituzionali.
In ogni caso la Città pagherà un prezzo che non merita di pagare e, al netto di eventuali risultati amministrativi e innegabili attenuanti, non si può non constatare il fallimento di un progetto politico corale.

Chi nega l’evidenza o finge di non comprendere si prepari allegramente al fallimento politico successivo.

Il tempo che viviamo ci impone un supplemento di impegno, un attivismo in parte differente da quello che già conosciamo.
In grado di andare oltre, di abbattere steccati abituali, di favorire una partecipazione libera e maggiormente consapevole, di creare ulteriori spazi e occasioni di confronto, di tenere insieme tutto sulla base di un patrimonio valoriale comune.

Vale per il Paese, per questa bistrattata Regione, per la nostra Città.

In questa direzione, da democratici di sinistra, il nostro impegno certamente non mancherà.

Sempre a testa alta e con la schiena ben dritta.

Aldo Rosa
Segreteria Provinciale PD Catanzaro
Segretario Circolo “G.Puccio” Catanzaro Marina
già ViceSegretario cittadino Catanzaro


Giovanni Vitale
Assemblea Regionale PD Calabria
Tesoriere Circolo “G.Puccio” Catanzaro Marina

Claudio Chiaravalloti
Assemblea Provinciale PD Catanzaro
Direttivo Circolo “G.Puccio” Catanzaro Marina

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