Articolo tratto dal Corriere della Sera

Catanzaro, gennaio 2020: il giudice Marco Petrini viene coinvolto in una inchiesta insieme all’avvocato Marzia Tassone. L’impianto accusatorio si sgretola; resta quello disciplinare: ma lui non è stato sanzionato, lei sì. «È stata giudicata non la professionista, ma una donna».

Catanzaro: un’inchiesta scuote il Palazzo di giustizia, coinvolge un magistrato di primo piano, Marco Petrini, all’epoca 56enne, presidente della II Sezione della Corte d’assise d’appello, nonché della Commissione tributaria provinciale.

Si parla di rapporti, pressioni, favori. Ma sin da subito, accanto al suo, appare un altro nome: quello di un’avvocato, Maria Tassone.

di Giovanni Viafora
Corriere della Sera

Nelle carte – finite rapidamente sui giornali – compaiono incontri, telefonate, una relazione personale ricostruita nei dettagli e portata nello spazio pubblico.

È lì che la vicenda cambia natura: la relazione privata viene letta come possibile elemento di uno scambio. Tassone finisce ai domiciliari. Poi il quadro cambia. Mentre il clamore corre più veloce delle decisioni, l’impianto accusatorio si sgretola fino a cadere.

Il Riesame e poi i giudici in Cassazione escludono la corruzione: nessuno scambio, nessun vantaggio indebito. Resta una relazione privata, sentimentale. Il penale si chiude così.

Ma la storia no.

Perché si apre il secondo tempo: quello disciplinare. Il Consiglio distrettuale di Catanzaro prima, e poi il Consiglio nazionale forense, ritengono che, al di là del penale, la condotta sia incompatibile con i doveri di indipendenza e con il decoro della professione. Se ne fa una questione morale. Una simile relazione non si accetta, tanto più quando si consumi in Tribunale.

Arriva la sanzione: 5 mesi di sospensione, confermati a fine 2025 e finiti di scontare proprio in questi giorni.

Dall’altra parte, invece, c’è il magistrato. Anche per lui la vicenda ha rilievo disciplinare, ma davanti al Csm il procedimento si ferma, senza arrivare a una sanzione finale (la posizione, nei fatti, viene lasciata cadere: si ferma prima del merito).

Quindi l’avvocata, prosciolta sul piano penale ma esposta nel lato più intimo e infine sanzionata dall’Ordine; e il giudice, protagonista della stessa relazione (anche lui assolto su questa vicenda) ma non raggiunto da un esito disciplinare analogo.

È proprio dentro questa frattura che si colloca la voce di Marzia Tassone. Che, al Corriere, parla per la prima volta. «Ho pagato perché donna – dice -. E non voglio che succeda più, a nessun’altra».

L’Intervista

Partiamo dall’inizio.

«Non sapevo di essere indagata e mai lo avrei immaginato. Non avevo contezza di quello che stava succedendo, ma già circolavano articoli, telefonate, allusioni, particolari intimi. I colleghi mi chiamavano. Io non sapevo nulla. Fu una violenza».

Violenza?

«Sì, psicologica. Quando la tua vita privata viene sbattuta fuori così, quella è violenza. Aprivo un giornale e trovavo una versione di me che non ero io».

Cosa uscì sui giornali?

«Volgarità, dettagli pruriginosi. Poi quel termine “mercimonio”. La cosa che mi ha più ferito. Non era vero. Avevamo una relazione. Eravamo in due».

L’impianto accusatorio parlava di un rapporto corruttivo.

«Bastava leggere le intercettazioni per capire che non fosse così. Se davvero ci fosse stato uno scambio, sarebbe emerso».

Invece?

«La gip recepì integralmente quello che aveva scritto la Procura. Finii ai domiciliari. Fu devastante».

Come reagì?

«Non ho mai perso la lucidità. Feci un lavoro enorme per ricostruire la verità, incaricai un perito per ricontrollare le trascrizioni. Il Riesame annullò tutto. E lo confermò la Cassazione».

Si è mai interrogata sull’opportunità di quegli incontri?

«Era una relazione. Una faccenda personale. Se fosse andata diversamente, avremmo ufficializzato. Come fanno tutti».

Si è sentita tradita?

«Non da lui. Era un magistrato di grande esperienza, esercitava su di me un fascino enorme. Mi sono sentita tradita da chi mi ha dato in pasto all’opinione pubblica».

L’Ordine degli avvocati l’ha sospesa.

«Ho subìto un provvedimento, che a mio parere non è stato assolutamente giusto. Ha dato spazio a giudizi morali. Mi chiedo: ma se al mio posto ci fosse stato un uomo si sarebbe parlato di mercimonio? Fin dall’inizio ho sentito che a essere giudicata non fosse solo una professionista, ma una donna. Su cui era facile proiettare una certa idea».

Il giudice non ha avuto provvedimenti disciplinari.

«Vuole che le dica? Per me è giusto. Non mi sorprende lui. Mi sorprende quello che è successo a me. Una donna deve ancora giustificarsi. Non viceversa. È qui la disparità».

Durante questi anni chi le è stata vicino?

«I miei avvocati e alcune colleghe. Ma ci sono stati molti silenzi. Di una gravità inumana».

Oggi è tornata ad esercitare. Cosa farà?

«Ho deciso di occuparmi principalmente di violenza di genere. Voglio lottare per la libertà femminile, per la parità. Perché non è vero che queste cose appartengono al passato. Una donna viene ancora giudicata in modo diverso. La sua libertà e le sue relazioni vengono usate contro di lei con una facilità impressionante. L’ho provato sulla mia pelle e mi scontro ancora con i pregiudizi».

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