Riceviamo e pubblichiamo
L’abbondanza è peggio della carestia.
Ammoniva mia nonno.
Si chiamava Felice pure lui ma lui, la felicità, l’aveva conosciuta in un’altra veste. In guerra, tra le coste di una trincea del Carso, dove la vita era solo un dubbio, e non si aveva il tempo di declinarlo.
Della vita dovevi succhiare gli attimi, le intermittenze, i residui. Anche quelli di una crosta di pane azzimo.
Di certo, però, di guerre ne dovremmo combattere altre. Con noi stessi, prima che con gli altri e prima di ogni cosa.
Non per guadagnare regioni o nazioni, ma per raggiungere, proprio, noi stessi.
In quell’altrove in cui, forse, facciamo fatica a riconoscere e riconoscerci felici. Lontano da quella frontiera dell’umanità dove si misurano le anime.
Senza pesare le bisacce. Quelle che, magari in groppa a un asino, nelle nostre campagne vediamo cariche del poco.
Senza soffermarci su comignolo sghembo di un camino.
Quello che s’affaccia timido sul cielo terso dei nostri inverni.
Là dove si annida il vero senso dell’essere felice.
A me, per essere felice, basta poco.
La mia anima contadina.
E la mia cena, zuppa di pane e di cipolle.
In Sila.