Riceviamo e pubblichiamo
Il banchetto dei sazi e il digiuno dei fragili, questa è la storia di quasi mezzo milione di euro lasciati marcire in un cassetto mentre, fuori dal palazzo, le famiglie invecchiavano nell’angoscia.
È la cronaca di un diritto trasformato in cenere dalle mani di chi avrebbe dovuto proteggerlo.
Tutto ha inizio con 404.343,95 euro.
Non si tratta solo di numeri: sono assistenza, sollievo e dignità per persone con disabilità grave.
Erano – perché oramai non ci sono più – soldi destinati a rispondere alla domanda che toglie il sonno a ogni genitore: “Cosa ne sarà di mio figlio quando non ci sarò più?”.
Quei soldi, purtroppo, sono stati restituiti.
E quando qualcuno ha chiesto perché quel denaro non fosse diventato aiuto concreto, la risposta dell’amministrazione si è rivelata un diario di agghiacciante inerzia.
Leggere la risposta contenuta nella nota prot. n. 7062 del 22 gennaio 2026 lascia l’amaro in bocca.
Il fallimento della burocrazia diventa un pugno nello stomaco per chi non ha voce.
Ma ecco i passaggi della “difesa” dell’ente che impongono una riflessione.
1.L’alibi della scrivania vuota.
L’amministrazione ammette che i bandi non sono mai nati perché “non erano stati ancora mandati in pubblicazione”. Il motivo? La “carenza di personale” e il troppo “carico di lavoro”. È la resa di un sistema che mette le scartoffie davanti alle persone, come se l’assenza di un impiegato potesse giustificare il tradimento di una vita in attesa.
Hanno ucciso la speranza per un vizio di forma.
2.L’insulto del “nessun danno”.
In un passaggio di incredibile freddezza, l’ente sostiene che perdere quei soldi “non ha determinato alcuna forma di discriminazione”. Dichiarare che lo spreco di tali fondi sia irrilevante è un insulto alla sopravvivenza; del resto, chi vive nel privilegio non può o, più semplicemente, non vuole, sentire i morsi dell’angoscia altrui.
Confondono la sopravvivenza con il diritto alla dignità.
3.Il rifugio nel fallimento altrui.
Per chiudere il cerchio, l’amministrazione si nasconde dietro la “problematica di livello nazionale”.
Sostengono che la restituzione sia un “fenomeno per niente isolato”.
Ma cercare conforto nel fatto che anche altrove le cose vadano male non riempie il vuoto lasciato in tante case.
Il mal comune, in questo caso, è solo una colpa condivisa.
Cercano l’assoluzione nel fango degli altri.
E così la nostra storia finisce nel silenzio di una stanza, con un funzionario che firma un freddo documento tecnico ed un assessore che non riesce neppure a chiedere scusa…come il “Fonzie” dei telefilm americani.
Intanto, il futuro di chi è fragile viene rispedito al mittente come un pacco postale indesiderato.
No, non chiamatelo errore burocratico. Siamo davanti ad una omissione di soccorso istituzionale, compiuta con la penna da chi aveva il dovere di tendere una mano ma ha preferito voltare le spalle.
P.S. Ora assisteremo al solito copione: i fedelissimi del “palazzo” si stracceranno le vesti per difendere l’indifendibile; grideranno al complotto contro chiunque osi non uniformarsi al coro.
La prova “provata” di un sistema in cui non è più tollerato il dissenso e dove l’unica fede ammessa è l’osanna incondizionato all’amministrazione.
Un fanatismo che serve a coprire una verità scomoda: che mentre loro cercano l’applauso, c’è chi resta solo tra le macerie della propria dignità.
