Riceviamo e pubblichiamo

La discussione sulla sicurezza in Calabria ha ripreso quota intorno a un’annunciata nuova tornata di fondi regionali destinati alla videosorveglianza nei comuni.

Su questo sfondo, si rafforzano anche le posizioni politiche di chi considera l’approccio securitario, basato su controllo e repressione, la risposta principale ai problemi dei territori.

È proprio da questa scelta che nasce la necessità di una riflessione netta e chiara: la sicurezza non è una questione tecnologica, né si esaurisce nell’installazione di telecamere; è, prima di tutto, un tema sociale, politico ed educativo.

Installare telecamere può essere un intervento visibile, comunicativamente rassicurante, ma non tocca le cause profonde dell’insicurezza: povertà, emarginazione, fragilità educativa, assenza di servizi e di opportunità.

La vera sicurezza si costruisce dove ci sono diritti garantiti, welfare di prossimità, spazi pubblici vissuti e relazioni sociali curate.

È un’idea che non può essere delegata alle tecnologie né ridotta a una logica emergenziale.

In questo senso, una delle vie più promettenti è la costruzione di comunità educanti come strumento concreto per contrastare la povertà educativa e rafforzare i territori.

L’esperienza di Catanzaro comunità educante mostra come si possa costruire un sistema diffuso di relazioni tra scuola, famiglie, associazioni, servizi e amministrazioni, in modo che nessun giovane, nessun minore, nessuna famiglia resti isolata.

Una comunità educante rende più sicuri i quartieri, perché riduce la solitudine, contrasta l’abbandono, sostiene le fragilità e promuove la cittadinanza attiva: è un modo di intendere la sicurezza come cura educativa del territorio, non come semplice controllo.

La videosorveglianza può avere un ruolo complementare, in contesti specifici, ma non può essere la risposta centrale.

Quando lo diventa, si confonde la sicurezza con la sorveglianza, la cura dei territori con la loro mera osservazione.

È una deriva pericolosa, perché sposta la responsabilità sulle telecamere e sulle forze dell’ordine, scaricandola dalle politiche pubbliche, dal welfare, dalla partecipazione e dalla costruzione di comunità più forti.

In un contesto internazionale segnato da guerre e da crisi, questa deriva securitaria assume un significato ancora più ampio.

Le politiche di Trump e le scelte repressive del governo israeliano.

Che usano la sicurezza come pretesto per la violenza, la militarizzazione dei territori e il disprezzo dei diritti umani, sono tutto fuorché modelli da seguire.

Al contrario, sono esempi estremi di una logica in cui la sicurezza è strumentalizzata per giustificare l’uso sproporzionato della forza e l’oppressione delle popolazioni civili.

La questione palestinese, che i media tendono oggi a ridimensionare o a marginalizzare, resta drammatica al pari di ciò che avviene in Ucraina e in tutti gli altri luoghi di conflitto nel mondo.

Oltre duemila giorni di occupazione, violenza, assedi, privazioni e distruzione continuano a produrre sofferenza, povertà, povertà educativa e insicurezza per milioni di persone.

Per questo la posizione di Arci Calabria è di netta condanna verso le politiche repressive di Trump e del governo israeliano.

E verso ogni forma di legittimazione della brutalità di Stato.

La sicurezza che vogliamo è diversa: è la sicurezza che nasce dai diritti, dalla giustizia, dalla pace, dalla tutela dei popoli.

Non è mai l’alibi della guerra, non in Palestina, non in Ucraina, non nei territori teatro di conflitti nel mondo.

Ancora più vicini a noi, in Calabria, la sicurezza non può ridursi alla sola presenza di telecamere finanziate dalla Regione, né alle posizioni politiche di chi sostiene un approccio securitario, come se bastasse sorvegliare per rendere i territori più vivibili.

La scelta è chiara: opporre alla deriva controllista una visione fondata sulla cura dei territori, sull’aggregazione sociale, sul welfare, sulla partecipazione.

Ogni euro speso per controllare il territorio dovrebbe essere bilanciato da un investimento in politiche che lo populano, lo vivono e lo rendono più giusto.

La sicurezza vera è quella che costruisce comunità, che rafforza i legami sociali e che rende la vita quotidiana più dignitosa e più inclusiva.

È questa la strada che Arci Calabria rivendica, in coerenza con la sensibilità pacifista e solidale di Arci Nazionale, e contro ogni logica di repressione, guerra e divisione.

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